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giovedì 23 aprile 2009

G8 all'Aquila


Se ne sentiva quasi la mancanza, era ormai qualche giorno che il nostro premier non sparava una cazzata delle sue. E infine il coupe de tehatre che nessuno si aspettava, e voleva, è arrivato. Berlusconi ha detto, stamani durante il consiglio dei ministri che si sta tenendo proprio nel capoluogo abruzzese, che "sarebbe giusto spostare il G8 della Maddalena qui all'Aquila". Questo è davvero il massimo. Una città terremotata, con tutti problemi che ha, con i cittadini stressati da una situazione incredibile, mancavano solo gli otto inutili. Con tutto il seguito di polizia, esercito, guardie del corpo, manifestanti del controvertice, elicotteri, zone rosse, verdi e gialle. Abbiate pietà per questa povera gente. Stanno già sopportando troppo. Berlusconi dice che sarebbe per l'Aquila un ottimo modo per portare al centro dell'attenzione mondiale il dramma della città. Anche se, durante gli altri innumerevoli vertici, non si è riuscito a prendere una sola decisione risolutiva per i tantissimi problemi che affliggono il mondo, figuratevi cosa gliene può fregare ai russi, ai giapponesi e ai canadesi del terremoto. C'è la crisi economica mondiale, c'è il fatto che ormai un vertice riservato solo agli otto attuali non serve a nulla e ci sono problemi globali che meriterebbero almeno di essere analizzati. Il terremoto è cosa nostra, e se qualche paese vuole aiutarci deve farlo, ma senza la banda e gli elicotteri che sorvolano la città. Gli abruzzesi hanno bisogno di serenità per ricominciare, e i problemi logistici inerenti il vertice si andrebbero a sommare a quelli per la ricostruzione. Insomma un casino. Per fortuna, a quanto sembra, nell'esecutivo berlusconiano c'è ancora qualcuno di buon senso che ha detto che l'ipotesi è irrealizzabile. Una proposta: portiamo a L'Aquila Sanremo, "l'isola dei terremotati", miss Italia e qualche altra bella manifestazione nazional-popolare, magari sensibilizziamo gli aquilani a soccorrere il nostro paese!

E l'11 settembre?


Dopo 3000 persone rimaste vittime sotto le macerie delle Twin Towers, svariate migliaia di soldati americani, cittadini irakeni e afghani morti nelle guerre preventive e di reazione, dopo centinaia di combattenti o semplici fruttivendoli di tutto il mondo sottoposti a rendition, che ne è stato delle indagini sull'11 settembre? Non se ne parla più da nessuna parte. Nè in Italia, tantomeno negli Stati Uniti. Eppure dovrebbe essere di importanza capitale scoprire perchè, e soprattutto per chi il mondo non è più lo stesso dopo quel fatidico giorno. La relazione della commissione 11 settembre, istituita dal governo Bush propio per far luce sull'accadduto, non ha svelato assolutamente niente, e anzi, con le enormi lacune lasciate sui punti chiave dell'inchiesta, non ha fatto altro che alimentare dubbi. Troppi dubbi. Il mondo ha accettato la tesi dello sparuto gruppo di terroristi islamici che, armati di temperino e buona volontà, un bel giorno hanno messo fuori gioco il più imponente e capillare sistema di difesa aerea (Norad) del mondo, hanno scorazzato in lungo e in largo per i cieli di mezza America, pilotato moderni aerei da trasporto senza usare il sistema di navigazione, e dunque volando a vista da svariate migliaia di metri d'altezza, fatto sparire, vaporizzati, ben due velivoli, e infine abbattuto due grattacieli costruiti con le più moderne tecniche e, per voce dei costruttori, progettati anche per resistere a un eventuale collisione con un aereo. Una bella storia, senz'altro.



Credere alle svariate ipotesi
avanzate dalle controinchieste sviluppate da cittadini o giornalisti indipendenti è difficile, lo ammetto. Anche perchè se anche l'un per cento di quello che dicono i sostenitori dell'autoattentato fosse vero, dovremmo chiudere bottega, spegnere tutte le tv, oscurare internet, bruciare tutti i giornali e ritirarci su un eremo a pensare come poter ricominciare tutto daccapo. Ma il mondo, con quello che l'accaduto ha comportato e comporta, non può accettare la verità del governo americano senza porre ulteriori domande. L'11 settembre è fatto mondiale, e dunque interessa qualsiasi cittadino di ogni stato del globo. Troppi sono i nodi ancora da sciogliere, e per di più Bin Laden non si sa che fine abbia fatto. Non si può accettare una realtà definitiva se prima non vengono fugati i numerosi dubbi, e se prima non ci viene detto chi erano realmente i dirottatori, visto che molti di quelli accusati di esserlo stati sono ancora vivi. Il governo americano a oggi, nonostante sia stato accertato che molti dei responsabili individuati all'indomani dei fatti non erano sugli aerei, non ha ancora aggiornato la lista dei dirottatori. Allora sarebbe per buon senso e per amore della verità, anche se una pia illusione, se uno degli otto grandi, presenti al vertice italiano di luglio, chiedesse a Obama: mister Obama, come sono andate veramente le cose?

mercoledì 22 aprile 2009

25 aprile


Quest'anno alle celebrazioni del 25 aprile, la festa della liberazione dell'Italia dal nazifascismo, ci sarà un ospite mai visto prima: tale Silvio Berlusconi. Come forse molti sanno, costui è il presidente del consiglio della Repubblica italiana, quella nata proprio in seguito alla disfatta delle forze dell'asse. A chiunque sembrerebbe normale che il premier di uno stato repubblicano partecipi, anche controvoglia, alla ricorrenza del giorno che simbolicamente è il pavimento sulla quale poggia la sua poltrona. E invece no. Il tale che è al “potere” in Italia, ormai da quindici anni, deve dichiarare la sua presenza, dato che negli anni passati non ha mai preso parte ufficialmente, come presidente del consiglio, a nessuna celebrazione pubblica del giorno della liberazione. Forse, chissà, lo ha fatto in privato, magari officiando qualche rito in uno dei tanti mausolei di sua proprietà. Ma siccome noi non lo possiamo sapere, perchè non ci sono immagini né testimonianze, il fatto resta. Questa, come tante altre storie di ordinario senso dello stato, aiutano coloro che ci guardano dall'estero a capire da chi è retto il “feudo” Italiano. Gli italiani, grandi patrioti, che si stracciano le vesti perchè la loro “italica identità” è corrotta tutti i giorni dalle valanghe di immigrati in arrivo sulle nostre coste, hanno demandato il governo del loro paese al Mazzini del ventunesimo secolo proprio perchè egli ama il suo paese. Giustamente, è il trogolo dove finora si è abbondantemente sfamato! Ci mancherebbe altro. Ma la cosa più bella è il motivo per cui, quest'anno, Berlusconi ci onorerà della sua presenza. Il Cavaliere, senza cavallo si recherà in un luogo non precisato perchè altrimenti la cosiddetta sinistra potrebbe strumentalizzare il 25 aprile. Ma quando? Magari! Significherebbe finalmente una presa di distanza dal becero modo di rappresentare le istituzioni di questa destra, da più parti identificata come la peggiore d'Europa. Si potrebbe dire: caro premier, visto che negli anni passati te ne sei bellamente fregato, quest'anno puoi anche rimanere ad Arcore, perchè uno statista come te, tra chi ha dato la vita per questo che, anche a causa tua, è diventato una merda di paese non ce lo vogliamo. Sarebbe una bella cosa se qualcuno, ogni tanto, si prendesse la briga di rompere i coglioni all'"unto di Dio".

Primavera a Roma


La primavera è da molti indicata come la stagione migliore per visitare la città eterna. Naturalmente molti posti sono più belli e accoglienti nel periodo nella quale la natura si risveglia dal torpore invernale, ma Roma in primavera è addirittura raggiante. Non è facile usare quest'aggettivo per una città, come la nostra capitale, afflitta in modo cronico da tutti i mali caratteristici delle metropoli contemporanee. Tanto più che negli ultimi anni l'autunno e l'inverno, per la loro piovosità, sono diventate stagioni impossibili. Le piogge a Roma non sono mai blande, al contrario assumono quasi sempre le dimensioni di fitti e interminabili scrosci, e l'acqua che cade occlude i tombini, rende impraticabile l'attraversamento, per i pedoni, di molte strade, e evaporando porta nell'aria il fetore del vissuto della città. Un problema serio quello della vivibilità delle metropoli, ma a portare un po' di conforto al quotidiano arrabattarsi dei cittadini, per strade intasate di auto e autobus che non passano mai, c'è appunto la stagione primaverile. Molti viali alberati ritrovano colori insperati tra il grigiore opprimente dei palazzoni periferici, e per qualche istante è possibile addirittura sentire il profumo dei germogli che sbocciano. Tra gli scempi urbanistici praticati in passato da palazzinari senza scrupoli, l'orgoglio verde della città è rimasto quasi interamente intatto. Numerosi sono, infatti, i parchi che da un ideale vista dall'alto disegnano, qua e la nel tessuto urbano, ricami di verde che squarciano l'altrimenti monotona apatia degli smorti colori dell'asfalto e del cemento. E' un piacere vedere come i romani godono di questa insperata ancora di salvezza, lanciata loro dai vecchi illuminati metodi di concepire i luoghi dell'inurbamento, che permettono anche alla gente di città di stendersi con l'aria tiepida tra l'erba che ha perso la brina delle giornate più uggiose. E' proprio vero, anche per un sostenitore della modernità come me, l'uomo ha bisogno di natura. La miriade di stimoli che affliggono il cervello umano in una normale giornata di traffico soccombono di fronte alla vista della natura che rinasce. Di fronte ai malanni dello stress, ai veleni del cosiddetto benessere, all'abbruttimento del nostro spirito per via dell'uniformità cromatica, l'unica, valida alleata che abbiamo è la bellezza. La bellezza che possiamo trovare in un buon libro, in una splendida vista, guardando una bellissima donna, oppure, appunto, godendoci la primavera, la stagione in cui anche Roma è bella.

martedì 21 aprile 2009

Evviva l'Italia


Raccontare le storie di disperazione, paura e angoscia di coloro che hanno vissuto sulla propria pelle la tragedia del terremoto. Stimolare i ricordi più dolorosi per indurre l'intervistato alla commozione. Prediligere, appunto, non le testimonianze di caparbietà e rivalsa di fronte all'imponderabile, ma quelle di angoscia per il futuro. Sono questi i punti cardine del modus operandi adottato da gran parte dei media italiani per raccontare il terremoto in Abruzzo. Centinaia di giornalisti arrapati alla ricerca di ciò che visibilmente commuove e tocca lo spettatore. Non una ricerca del perchè, e del come le cose siano avvenute. L'apologia del paese che non si arrende passa per centinaia e centinaia di dichiarazioni e interviste, strappate a persone con ancora addosso i segni freschi della tragedia. Purtroppo è questo un copione ben definito che si ripropone ogni qual volta è possibile giocare sulle emozioni di chi guarda la tv o legge un giornale. Non c'è nulla di male nel voler mostrare, attraverso i racconti della gente, lo spaccato di una realtà tragica, ma inflazionando quest'aspetto si corre il comprovato rischio di tralasciare tutto il resto. A costo di essere brutale alcune cose bisogna dirle. Da cittadino italiano che ha a cuore le sorti del suo paese, e che ha voglia di sapere cosa succede per interagire e tentare di migliorare lo stato delle cose, mi chiedo: ma che mi frega di sapere di centinaia di racconti di fughe da edifici che stanno crollando, di altrettante storie di persone che hanno perso tutto, che non sanno dove andare, che fare, se poi nessuno mi spiega dietro a tutto questo cosa c'è? Per fare in modo che determinate cose non si ripetino, e che finalmente in questo paese si rispettino realmente le persone, a monte delle tragedie, non solo dopo che i fatti sono inevitabilmente avvenuti e il politico di turno si presta piangente all'obbiettivo delle telecamere, abbiamo bisogno di ben altro rispetto al profluvio di storie strappalacrime ascoltate in queste due settimane. Quanto spazio hanno avuto in tv o sui giornali, fatte le dovute eccezioni, la descrizione delle dinamiche che hanno portato al crollo di edifici strategici come la questura, la prefettura o l'ospedale? E ancora, quanto spazio ha avuto la notizia che in pratica si stavano distruggendo le prove più importanti per l'accertamento delle responsabilità? Per me poco. In pratica L'Aquila e le zone circostanti sono diventate il palcoscenico sulla quale è andata in scena la bontà, il coraggio e la solidarietà di un intera nazione, e non, come sarebbe più ovvio e giusto, il dramma della inefficienza e dello sprezzo per la vita umana, intesi come malaffare nel campo edile e carenze sul piano della sicurezza antisismica degli edifici. Ma purtroppo questi discorsi sono d'intralcio alla ricostruzione, perchè in questo momento bisogna essere uniti per poter poi un domani commettere di nuovo gli stessi errori, in barba a tutte le povere vittime, vive o morte, di questo terremoto. L'Italia è così, l'amore per se stessa vien fuori nelle tragedie, e forse solo nei drammi si può vedere un po' di spirito nazionale. Se qualcuno si mette in testa di cercare la verità su una regione come l'Abruzzo, nella quale si è costruito dove non si poteva, dove al posto di materiali e tecniche adatte si è cercato di risparmiare, per lucrare come porci sui cadaveri che queste scelte hanno portato, se si cerca di capire perchè una regione che l'Ingv (istituto di geofisica e vulcanologia italiano) ha dichiarato a rischio simico uno, poi magicamente viene declassata al secondo livello, con tutto ciò che questo concerne in materia di edilizia, si è bollati come afflitti da paranoie varie e amanti dei complotti.La verità su questa situazione sta purtroppo in una constatazione dura e che non ammette repliche: nel nostro paese non è importante scoprire dove e come le cose non vanno, non è importante perchè seppure venissero accertate responsabilità e scoperti i modi sbagliati di fare le cose, chiuse le bare si continuerebbe a fare come sempre, senza rispetto. Allora volemose bene, evviva l'Italia.

lunedì 20 aprile 2009

"Dov'erano coloro che oggi piangono le vittime del terremoto, quando dicevo che bisognava fare prevenzione?" Sono le parole di Bertolaso, capo della protezione civile, le uniche provenienti da un uomo dello stato, in questi giorni di pax politica post-sisma, relative alle responsabilità della classe dirigente in cinquant'anni di deprecabile gestione della questione edilizia nel nostro paese.



Terremoto in Abruzzo: il lavoro dell'informazione

Sono ormai passate due settimane dalla notte infernale che sconvolse l'Abruzzo. Questo tempo è servito per seppellire le numerose vittime, metabolizzare, per quanto possibile, la nuova condizione di vita in cui la popolazione si trova, fare una prima stima dei danni e iniziare a porsi delle domande sul perchè e sul come un terremoto d'intensità non elevatissima ha potuto creare un tale sfacelo. Domande leggittime, necessarie, appropriate, ma che non incontrano il favore di tutti. Una buona fetta della maggioranza di governo, con il premier in testa, è convinta che la ricerca di eventuali responsabilità e illeicità, tutte comunque da provare, nella costruzione degli edifici o nella gestione della prevenzione sia di intralcio alla ricostruzione post-sisma. La politica del "fare" contrapposta al mondo delle chiacchiere, con il mito del "fare" splendidamente incarnato da Berlusconi. Per il cavaliere non è ancora il momento, oltre che scavare tra le macerie, di scavare anche nel passato della politica edilizia aquilana che, a prima vista, non sembra davvero essere stata irreprensibile. Per fortuna in giro c'è gente convinta della possibilità di poter fare più cose contemporaneamente. E poi si sa, Berlusconi non ha mai amato il lavoro svolto dalla magistratura e dai giornalisti che producono inchieste, specialmente quando questi vanno a ficcare il naso nei suoi affari. Comunque delle chiarificazioni su alcuni punti ancora oscuri sembrano essere proprio necessari. Tanto più che in questi giorni nel capoluogo abruzzese sono successe cose alquanto strane, proprio attorno alle macerie degli edifici in odore di malaffare. La procura dell'Aquila ha dovuto porre sotto sequestro i calcinacci della casa dello studente, della prefettura e dell'ospedale per evitare che si perdessero delle prove determinanti, dato che la rimozione dei detriti, e la loro distruzione, avanzava repentinamente proprio in questi siti. Il perchè si sia scelto di iniziare a ripulire la città proprio dai luoghi sulla quale i pm stavano indagando non ci è dato sapere. E i giornalisti che in questi giorni hanno cercato di scoprire qualcosa, avvicinandosi alle macerie per vedere cosa stava succedendo, si sono visti sbarrare la strada da un cordone impenetrabile di forze dell'ordine, neanche si trovassero a Fort Knox. Strano vero? La denuncia di quello che stava avvenendo è partita proprio da alcuni giornalisti del quotidiano Terra, che non si sono limitati alle conferenze stampa e alle dichiarazioni ufficiali dei politici, ma hanno deciso di voler fare il loro mestiere per poter informare i loro lettori. Niente di speciale se non fossimo in Italia e la nostra stampa non fosse ridotta lei a un cumulo di macerie. Il lavoro dei giornalisti, in relazione al sisma, non può vertere soltanto sulle pur importanti storie dei sopravvissuti, o sulla situazione nelle tendopoli. E' fondamentale non far dimenticare al grande pubblico in che condizioni versano i nostri connazionali abruzzesi, ma altrettanto importante è capire se si poteva, e se si potrà evitare nuovamente il ripetersi di alcune situazioni, tipiche della nostra penisola. La magistratura e la stampa in questo sono alleati. L'informazione pesa come un macigno sulla coscienza civile di una nazione e rappresenta sia la memoria a breve termine che quella a lungo termine di un popolo. Dunque il cavaliere si metta l'animo in pace, i rompicoglioni ci saranno sempre. Anche in un paese addormentato come il nostro.

sabato 18 aprile 2009

Referendum

L'accorpamento in un unico giorno di referendum e elezioni europee non ci sarà. L'argomento forte, più che il merito dei quesiti referendari, cavalcato dai sostenitori dell'election day è stato il risparmio di 500mln di euro che si sarebbe ottenuto non allestendo un'altra consultazione elettorale in un giorno diverso. E si sa, con la crisi e l'emergenza terremoto, quello del risparmio di fondi pubblici è un tema che tocca la pancia dei cittadini. Il discorso però non può limitarsi a prendere in considerazione solo il possibile risparmio di denaro, c'è ben altro in gioco e occorre ponderare bene decisioni che inevitabilmente avranno un seguito nella vita politica e democratica del nostro paese. Nel dettaglio il referendum chiede "l’abrogazione del collegamento tra liste e della possibilità di attribuire il premio di maggioranza alle coalizioni di liste.In caso di esito positivo del referendum, la conseguenza è che il premio di maggioranza viene attribuito alla lista singola (e non più alla coalizione di liste) che abbia ottenuto il maggior numero di seggi". In pratica il varo di una nuova epoca politica, caratterizzata non più dal bipolarismo generato dal porcellum, ma da un bipartitismo perfetto che vedrebbe il Pdl e il Pd farla da padroni, con i partiti minori che avrebbero si una rappresentanza in parlamento (a patto di superare la soglia di sbarramento imposta al 4% per la camera e all'8% per il senato) ma in sostanza ininfluente. Siamo sicuri di volere un sistema del genere? Che vieta le coalizioni e in pratica pone su un piatto d'argento il governo del paese a Berlusconi e al suo Pdl per molti anni a venire? Penso di no. La battaglia condotta dalla Lega per scongiurare il pericolo dell'accorpamento è una battaglia per la sopravvivenza, leggittima e con ottime motivazioni. Innanzitutto il referendum è una consultazione a parte, che necessita del raggiungimento del quorum per essere valido. A differenza delle elezioni politiche il cittadino non ha il diritto-dovere di andare a votare e dunque può benissimo scegliere di non aderire alla consultazione e starsene a casa. Proprio in questo risiede lo spirito referendario, nella partecipazione massiccia popolare, libera da condizionamenti, che con il raggiungimento del quorum leggittima e convalida la consultazione. Con l'accorpamento il referendum riceverebbe, invece, una notevole spinta dalla ben più corposa massa di persone che si recherebbe a votare per le elezioni europee. Un valore aggiunto che distorcerebbe il tutto. Penso che il nostro sistema elettorale, quantunque imperfetto e che non permette di scegliere direttamente il candidato, è già semplificato abbastanza, dato che in parlamento sono rappresentati solo 5 partiti e ci sono solo 6 gruppi parlamentari. Quella della semplificazione estrema non è sempre la strada migliore da percorrere. Il nostro paese è composto di più sfumature politiche, che meritano, se hanno una base elettorale significativa, di essere protagoniste della vita politica nazionale e non mera rappresentanza