martedì 13 aprile 2010

Chiesa e pedofilia: dov'è finito il messaggio cristiano?


La chiesa romana è in ambasce. Assediata su tutti i fronti. Da quando ho memoria non ricordo un attacco così frontale, convinto e irruento nei confronti del papato, e di ciò che rappresenta, come quello riferito al problema della pedofilia tra i sacerdoti. Questione seria quella degli abusi sui minori, terribile, che trasforma i pastori in lupi e getta il panico tra il gregge. Che coinvolge proprio coloro sono più a contatto con i bimbi, e che hanno la missione di dare loro accoglienza, educarli ai valori dell'amore e della solidarietà, e non di buttarli tra i miasmi della sopraffazione. Per questo motivo un atto di pedofilia commesso da una persona qualunque non è comparabile con lo stesso compiuto da un sacerdote, ed è a causa di ciò che, ancora più isolati, abbandonati e nel panico più totale, sono i cattolici che nella chiesa hanno sempre creduto e che con gioia da sempre affidano i loro figli alle parrocchie e ai preti che le reggono.

A fronte di una consistente fetta di credenti, che si sono stretti attorno al vicario di cristo in terra, ce n'è un'altra, altrettanto importante, che assiste spaesata a quello che Ratzinger ha definito mero "chiacchiericcio" mondano. E non è un caso che il cosiddetto chiacchiericcio ( sostenuto da prove e confessioni ), sia partito da quel mondo anglosassone che nella propria storia ha duramente contestato la corruzione della chiesa e la figura del papa. Nel nostro paese, dove comunque gli episodi di pedofilia da parte dei preti non mancano, c'è troppa reverenza per la gerarchia ecclesiastica, troppa storica acriticità nel suo operato per muovervi contro una seria e convinta accusa di immoralità.

Lasciando da parte i fatti, gravissimi, di pedofilia, quello che mi interessa analizzare qui è soprattutto l'erosione del messaggio cristiano in seno alla società, non contrastata da coloro dovrebbero farsene alfieri e, anzi, in alcuni casi aiutata. La chiesa cattolica sta perdendo epoca dopo epoca il suo ruolo di faro morale, ricoperto per secoli non solo per i cattolici, ma anche per molti laici che comunque vedevano nei suoi valori un ausilio alla buona evoluzione della coscienza sociale, minacciata, soprattutto in epoca moderna, dall'incalzare dello scientismo. Tutto questo sta svanendo sotto i colpi della perduta spiritualità, e del contemporaneo dedicarsi solo a faccende di origine, appunto, terrena. La leggittimità ad esistere di ogni religione , e ad essere considerata non solo una religione civile, che loda una o più entità creatrici, viene proprio dalla sua dimensione ultraterrena. Accettata per fede, tramite le visioni di mistici, santi, rinfocolata dai miracoli, dagli eventi soprannaturali fuori dalla portata della comprensione umana che fanno si che alcuni misteri siano appannaggio solo ed esclusivamente di Dio. E' tutto ciò che ogni giorno fa' piegare il capo a milioni di uomini in preghiera. Ma questa dimensione non è ormai quasi più contemplata dalla maggioranza delle persone che si confrontano con la chiesa cattolica. Il messaggio cristiano, importantissimo e ancora, purtroppo, rivoluzionario, viene tradotto in stili di vita, comportamenti sociali ma ha perso la sua natura soprannaturale e spirituale. Sempre meno persone, in occidente, si raccolgono in preghiera e cercano di perdere il contatto con la realtà per avvicinarsi a Dio. Sempre più persone applicano le regole morali della chiesa cattolica, ma c'è davvero bisogno ancora di quella mastodontica istituzione gerarchica per perpetuarle?

I ministri cattolici danno la colpa al relativismo, ma non è relativismo dire che si, ci sono pedofili tra i preti, ma che in percentuale sono molto meno rispetto a coloro soffrono della stessa malattia fuori dal sacerdozio? E non è relativismo, o semplicemente ignoranza, chiusura e omofobia dire che il celibato per i preti non è la causa della pedofilia, ma che invece l'omosessualità spesso si traduce in tale perversione?

Se Benedetto XVI ha coperto, non portando all'attenzione della polizia, alcuni casi di abusi su minori allora non ha più la leggittimità morale per rappresentare cristo in terra. Ma dovrebbero essere in primis gli stessi cattolici a chiedere chiarezza, e non dovrebbero cadere nella facile tentazione di difendere l'istituzione senza pensare di stare distruggendo il messaggio. La gerarchia ecclesiastica difende strenuamente il proprio potere, e il proprio diritto a contare nella società, ma dovrebbe farlo senza boria, recuperando la propria missione spirituale e dando ascolto a Gesù, che si chinò e lavò i piedi ai suoi discepoli.

martedì 30 marzo 2010

Monteneo di Bisaccia, elezioni comunali 2010: Di Pietro perde a casa sua, e la destra gongola


Dopo 25 anni di dominio incontrastato di giunte di sinistra a Montenero di Bisaccia si concretizza quello che tutti, o quasi, si aspettavano: la vittoria del centro-destra e del suo candidato sindaco, Nicola Travaglini. Il centro-sinistra è arrivato all’appuntamento elettorale spaccato, lacerato e in preda al consueto raptus masochista che affligge tutta la sinistra italiana: «meglio perdere che vincere insieme a te», con il «te» che varia di volta in volta. Con tali premesse neanche la carismatica figura di Antonio Di Pietro, che faceva da sfondo alla lista guidata dal suo partito, l’Idv, e che candidava alla carica di sindaco la dottoressa Margherita Rosati, ha potuto fare nulla. L’erosione di voti patita alla propria sinistra, a vantaggio della lista guidata da Pino Chiappini, appoggiata da una parte del Pd locale e dagli altri partiti di sinistra, è stata letale. Insieme, sommando i voti avrebbero vinto (Travaglini 2192 voti; Rosati 1832; Chiappini 608), ma il se si sa di chi è il paradiso e dunque lasciamo perdere. Il dato incontrovertibile, già rilevato alle elezioni comunali del 2000, è che il partito guidato da Antonio Di Pietro non ha la forza elettorale per governare da solo il comune adriatico. Sarebbe il momento di farsene una ragione e di iniziare, da subito, a tessere di nuovo la tela delle alleanze, tranne se non si vuole lasciare la guida del comune per 20 anni in mano alla destra.

Il neo-eletto sindaco di centodestra, Nicola Travaglini


La destra? Dimenticavo, a Montenero non c’è nessuna destra.
C’è senz’altro una parte di elettori che tende più da quella parte ma, almeno stando a guardare la composizione della nuova giunta, non si può non notare che ben tre eletti, tra cui il terzo miglior votato, sono degli avanzi della vecchia amministrazione, tra le più invise e criticate della storia montenerese. Se da una parte c’è il pasticcio politico fatto dalle sinistre che, tra eccessi di coerenza e prosopopea intransigente, si è buttata un carro armato sull’alluce, dall’altra possiamo ammirare una splendida natura semi-viva, fatta di ortaggi andati a male e fiori che tentano di sbocciare. Non c’è dubbio che a queste elezioni il fattore determinante è stata la capacità di sintesi e il cinismo della destra, che a buon ragione ha approfittato della senilità dell’Idv, si è turata il naso e ha accettato a braccia aperte sei candidati dell’amministrazione uscente, tanto criticata quanto fondamentale nel portare acqua al mulino, altrimenti fermo, di Travaglini.

Bisognerà ora vedere se ci sarà convergenza di interessi tra la nuova maggioranza, che tra le proprie fila accoglie anche uno dei personaggi peggiori della politica montenerese degli ultimi venti anni, e cioè l’ex sindaco Pinuccio D’ascenzo, uno dei primi, stamattina, a farsi fotografare sorridente con il neo eletto Travaglini. Come dire: il vecchio esce dalla porta, ma immancabilmente rientra dalla finestra. D’ascenzo, dopo due legislature, arrivato con la bava alla bocca al termine del suo mandato non avrebbe potuto chiedere di meglio per poter continuare a contare qualcosa nella politica montenerese, data l’emorragia di consenso patita negli ultimi anni. Ci voleva il colpo di genio (o di culo), arrivato grazie alla consueta litigiosità e irrazionalità della sinistra. Speriamo che Travaglini riesca ad avere le spalle abbastanza larghe da resistere alle pressioni che subirà un po’ da ogni parte, e che riesca a portare una ventata di novità nella vita politica, decrepita, di questo paese. Si, perché accanto a tutte le considerazioni politiche che si possono fare, rimane il fatto, incontrovertibile, che Montenero di Bisaccia è un paesetto, in cui contano le clientele e la dispensazione di favori per arrivare a governare. Questo significa che se oggi, in maniera piuttosto fortuita, la destra è arrivata al potere, tra cinque anni, quando quello stesso potere verrà consolidato attraverso i favori, le clientele e, speriamo, anche il buon governo, sarà molto più difficile per la sinistra, evitando anche gli errori strategici, far accomodare un proprio uomo/donna sulla poltrona di sindaco. In un comune così piccolo amministrare significa anche riprodurre il consenso e i voti. Non sto assolutamente dicendo che questa nuova amministrazione, dove davvero trovo ci siano persone capaci, farà tutto tranne che il bene del paese, anzi. Sto solo facendo una considerazione obiettiva, che i partiti di sinistra dovrebbero iniziare a fare da subito. Montenero, prima di questi 25 anni di governo della sinistra era un paese democristiano, in cui la Dc riproduceva il proprio consenso attraverso il governo del territorio: in maniera giusta, sbagliata, limpida, torbida, non sto giudicando questo. Lo stesso è successo per i partiti di sinistra durante il quarto di secolo in cui hanno amministrato e lo stesso succederà ora che a governare sarà la destra (o quello che è). Perciò, in bocca al lupo alla nuova amministrazione e, per l’opposizione, gambe in spalla e a lavorare. Per farsi trovare pronti tra cinque anni, al prossimo appuntamento elettorale, magari meno intransigenti e spocchiosi di adesso.

lunedì 8 febbraio 2010

Non è aria: inchiesta sui veleni della centrale di Torre Valdaliga nord a Civitavecchia (con video recapitati in forma anonima al forum ambientalista)



di Rossella Anitori e Luigi Menichilli per Left Avvenimenti

Il nemico è invisibile, e quando arrivi in città il pericolo non lo avverti. Le ciminiere della centrale a carbone rigurgitano nell’aria tonnellate di fumi inquinanti, e Civitavecchia si sveglia ogni mattina come nulla fosse. L’impianto Enel di Torre Valdaliga nord nonostante le polemiche é stato riconvertito a carbone e sulla testa di Alessio De Sio, l’ex sindaco di Forza Italia che disse sì al fossile, pende un’accusa di corruzione. Secondo il pm Cordova, che ha chiesto il suo rinvio a giudizio, il primo cittadino avrebbe dato parere favorevole alla riconversione della centrale termoelettrica in cambio di contratti e incarichi da parte dell’Enel. Questioni aperte e nodi irrisolti che segnano il destino di una città al centro di uno dei poli energetici più grandi d’Europa. «I cittadini pagano con la vita l’inerzia delle istituzioni». Non ha dubbi Simona Ricotti, responsabile del Forum Ambientalista locale e già consigliera comunale per Rifondazione Comunista. La qualità della vita a Civitavecchia non è delle migliori: oltre 7mila mw di potenza istallata per un totale di 3 centrali termoelettriche in meno di 20 chilometri, 2 a olio combustibile e una riconvertita a carbone, hanno generato un carico inquinante che ha messo a dura prova la popolazione.

«Un territorio che ha sopportato per 50 anni emissioni simili dovrebbe essere risparmiato dall’ulteriore peso ambientale del carbone - sostiene Mauro Mocci, di Medici per l’ambiente -. Studi vecchi e nuovi hanno contribuito a mettere in evidenza quello che già sapevamo: un eccesso di mortalità e ricoveri per patologie tumorali, disturbi respiratori, leucemie e linfomi. Siamo sull’orlo del disastro». La sola centrale di Torre Valdaliga nord ha una potenza installata di 1980 mw e produce oltre 40mila tonnellate di ceneri l’anno.

A rendere più fosco il quadro negli ultimi mesi ha concorso pure il sequestro di due aree della centrale di Torre Valdaliga nord. «Finalmente qualche lavoratore si è ribellato», dice soddisfatta la Ricotti. Prima della fine dell’anno il coordinamento No coke ha consegnato alla Procura della Repubblica di Civitavecchia 2 filmati, ricevuti in forma anonima, che mostrano irregolarità nella gestione dei rifiuti e delle ceneri del carbone nel cantiere della centrale. Nel primo video le immagini palesano una discarica a cielo aperto. All’interno dell’area alcune ruspe movimentano e seppelliscono rifiuti di ogni tipo: pneumatici, ferro, plastica, calcinacci, batterie, lana di vetro ma anche e, soprattutto, sacchi siglati come rifiuti speciali pericolosi. Il secondo filmato mostra invece un lavoratore che, senza alcuna precauzione, spala un mucchio di ceneri. «Ceneri che, a detta dell’Enel, non avrebbe mai dovuto vedere la luce» spiega Simona Ricotti. Nella brochure di presentazione dell’impianto, l’azienda garantisce infatti che la movimentazione del carbone «avviene in assoluta sicurezza», attraverso nastri «chiusi e in depressione che impediscono la fuoriuscita di polveri verso l’esterno». Secondo la responsabile del Forum Ambientalista però i video dimostrano che «così non è». L'Enel, a cui Left ha chiesto spiegazioni al riguardo, per il momento preferisce non rispondere.

Ma non è tutto. «La centrale opera oggi in assenza di autorizzazione e nessuno fa nulla» denuncia Ricotti. Il Forum Ambientalista, contrario al carbone, ha messo in luce alcune ambiguità legate all’iter di approvazione del progetto. «L’autorizzazione integrata ambientale (Aia) che consente il funzionamento dell’impianto è scaduta il 24 dicembre 2008 – spiega la Ricotti -. Il Ministero delle Attività Produttive l’aveva concessa all’Enel nel 2003 e la legge dice che deve essere rinnovata ogni 5 anni, a meno che l’impianto in questione non risulti, all’atto del rilascio dell’autorizzazione, registrato Emas (certificazione ambientale europea). Solo in questa eventualità il permesso vale 8 anni, ma non è il caso dell’Enel». L’azienda sostiene però di essere in regola e di possedere la certificazione necessaria per operare fino al 2011. «È vero che nel 2003 l’Enel possedeva una certificazione Emas - chiarisce la responsabile del Forum Ambientalista -, ma gli era stata rilasciata per un altro tipo di impianto, quello ad olio combustibile che adesso non esiste più». Poi aggiunge: «Oggi l’Enel ha presentato istanza per il rinnovo dell’Aia, ma la Conferenza dei servizi dev’essere ancora convocata. Se le norme e le leggi vigenti fossero rispettate, la centrale di Torre Valdaliga nord non potrebbe funzionare, basti pensare - continua la responsabile del Forum - che per le emissioni di monossido di carbonio l’Enel ha chiesto una deroga di oltre il triplo rispetto a quanto previsto dai limiti nazionali e europei. E transitoriamente gli è stata concessa. Ora vedremo con il nuovo rinnovo dell’Aia cosa succederà».

Il coordinamento no coke ha tentato in tutti i modi di bloccare la riconversione della centrale. Già nell’aprile del 2002 una commissione tecnico-scientifica, incaricata dal comune di Civitavecchia di studiare il caso, metteva in guardia sui rischi connessi «all’eventuale rilascio di arsenico, cromo e nichel», e al loro possibile «assorbimento da parte di piante e prodotti agricoli destinati all’alimentazione». L’anno successivo il Comune propose un referendum consultivo ma, con un ricorso al Tar prima e al Consiglio di Stato poi, l’Enel ne impedì lo svolgimento. A rivelare il parere della cittadinanza fu, però, una consultazione popolare autogestita dove il 90 per cento dei partecipanti (oltre 11mila) si espresse per il no. Così fecero anche tutte le amministrazioni limitrofe, la provincia di Roma, quella di Viterbo e la Regione Lazio guidata da Piero Marrazzo. Anche il comune di Roma scelse la stessa linea, per timore che le enormi quantità di inquinanti si riversassero sulla capitale, rendendo vani gli sforzi per ridurre il particolato già presente in città.

Nel 2004 fu, invece, la volta del comune di Ladispoli, che ricorse al tribunale di Civitavecchia chiedendo la sospensione dei lavori di riconversione a carbone della centrale termoelettrica. «Alla causa si associarono anche la provincia di Roma, i comuni di Allumiere, Tarquinia, Cerveteri, Legambiente e i Codacons - racconta Mauro Mocci -. La perizia, effettuata su richiesta del giudice, evidenziò che la valutazione di impatto ambientale con cui si volevano autorizzare i lavori era lacunosa e incompleta, e che c’erano seri rischi per la salute delle persone». I No Coke sentivano ormai la vittoria in pugno: la perizia parlava chiaro e il giudice avrebbe bloccato i lavori. Il 10 gennaio del 2005, però, all’udienza ci fu il colpo di scena: «gli avvocati dell’Enel - continua il medico, al tempo perito di parte - portarono in visione un documento che indusse il giudice a bloccare il processo». Si trattava del comma 552 dell’articolo 1, contenuto nella legge finanziaria 311 del 30 dicembre 2004, voluta dall’allora governo Berlusconi. «Legge approvata pochi giorni prima e non ancora pubblicata - sottolinea Mocci - ma di cui l’Enel, stranamente, era già a conoscenza». Il provvedimento assegnava tutte le cause e i ricorsi riguardanti l’energia al Tar, sottraendo di fatto la cosa alla competenza del giudice ordinario. A pochi metri dal traguardo, il fronte del No vide sospendere la gara.

A prendere in consegna le ragioni del No l’anno seguente fu Piero Marrazzo. «A pagina 72 del programma elettorale del neocandidato alla presidenza della Regione - spiega Simona Ricotti -, scritto di nostro pugno si leggeva: “Impedire la riconversione a carbone della centrale di Torre Valdaliga Nord”. Ma fu solo un impegno di facciata presto tradito. Marrazzo finì, infatti, per mettere a tacere le amministrazioni comunali, che ricevettero dall’Enel compensazioni in denaro>>. L'opposizione alla centrale a carbone dura ornmai da dieci anni e il coordinamento No Coke non si rassegna.A preoccupare gli abitanti del litoralelperò, non è solo il presente: «In cantiere c’è la duplice ipotesi di trasformare il quarto gruppo della centrale di Torre Valdaliga Sud in un inceneritore o di riconvertirlo a carbone - sostiene Ricotti -. Ed è diffuso il timore che presto l’impianto di Torre Valdaliga nord, già riconvertito a carbone, possa bruciare percentuali di cdr. Non sarebbe la prima volta. Dopo la sperimentazione sulla centrale di Fusina, all’Enel è stato infatti già concesso, con un decreto a livello nazionale, di bruciare una quota di combustibile da rifiuti nelle centrali a carbone». Il futuro di Civitavecchia dipende dalle scelte della politica ma, soprattutto, dalla mobilitazione della cittadinanza. «Il pericolo - avverte Mocci - è che la gente si abitui alle malattie connesse ai danni ambientali, che consideri i tumori una cosa normale, lo scotto che bisogna inevitabilmente pagare per compensazioni in denaro». L’opposizione alla centrale a carbone dura ormai da 10 anni e il coordinamento No Coke non si rassegna. A preoccupare gli abi, avere uno straccio di lavoro e mangiare».




Ecco il video, recapitato in forma anonima al Forum ambientalista di Civitavecchia, che testimonia la presenza nel territorio circostante la centrale di Torre Valdaliga nord, di una quantità enorme di ri rifiuti di vario genere, alcuni classificati come speciali.






In quest'altro video, realizzato e consegnato al comitato No coke sempre in forma anonima, si testimonia, invece, come un mucchio di polveri di carbone, che secondo l'Enel non avrebbero mai dovuto essere a contatto con l'aria e ben che meno alla portata dei lavoratori, viene spalato da un operaio, con notevoli rischi per la sua salute, data l'estrema tossicità di quelle polveri (Purtroppo, con la conversione nel formato Flv, adatto alla visualizzazione sul blog, si è persa molta qualità e le immagini appaiono piuttosto sfocate)


giovedì 4 febbraio 2010

Quando Piero Calamandrei rispose al nazista criminale di guerra: "lo avrai camerata Kesserling..." Ad ignominia di ogni fascismo

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Processato nel 1947 per crimini di Guerra
(Fosse Ardeatine, Marzabotto e altre orrende stragi di innocenti), Albert Kesselring (1885-1960), comandante in capo delle forze armate di occupazione tedesche in Italia, fu condannato a morte. La condanna fu commutata nel carcere a vita. Ma nel 1952, in considerazione delle sue "gravissime" condizioni di salute, egli fu messo in libertà. Tornato in patria fu accolto come un eroe e un trionfatore dai circoli neonazisti bavaresi, di cui per altri 8 anni fu attivo sostenitore. Pochi giorni dopo il suo rientro a casa Kesselring ebbe l’impudenza di dichiarare pubblicamente che non aveva nulla da rimproverarsi, ma che - anzi - gli italiani dovevano essergli grati per il suo comportamento durante i 18 mesi di occupazione, tanto che avrebbero fatto bene a erigergli. un monumento in suo onore. A tale impudente ed offensiva affermazione rispose Piero Calamandrei (1889-1956), giurista, docente universitario e Padre Costituzionalista, con una famosa epigrafe (recante la data del 4.12.1952, ottavo anniversario del sacrificio di Duccio Galimberti), dettata per una lapide "ad ignominia", collocata nell’atrio del Palazzo Comunale di Cuneo in segno di imperitura protesta per l’avvenuta scarcerazione del criminale nazista.

martedì 2 febbraio 2010

Lavoratori sempre, sudditi mai


Alcoa di Cagliari, Fiat di Pomigliano d'Arco, Fiat di Termini Imerese e tanti, tanti altri importanti stabilimenti industriali italiani rischiano di chiudere e di lasciare senza impiego e sostentamento migliaia di persone. E' un brutto periodo per quella che sulla carta è una Repubblica fondata sul lavoro. Probabilmente agli italiani che non vivono in prima persona questa drammatica situazione, dei lamenti dei lavoratori a rischio licenziamento arriva solo qualche flebile eco in tv e sui giornali, niente più. In pochi si preoccupano davvero del grido di dolore di una società, quella industriale italiana, agonizzante e che per adesso non vede all'orizzonte nessuna cura valida al suo male profondo.

In tutto ciò, però, oltre la paura di finire per strada c'è di più. C'è il terrore di perdere, insieme al lavoro, anche il diritto di abitare la propria terra, quella in cui si è nati e si è scelto di vivere e far progredire con la propria fatica, perchè non si ha di che sfamarsi. E questo in un paese civile è inaccetabile. In un sistema che funziona dovrebbe essere concesso a chiunque, se lo si è perso, di poter cercare e trovare un nuovo lavoro. La verità è che molti lavoratori dei grandi distretti industriali italiani vivono una condizione che non differisce di molto da quella dei contadini che, nel medioevo, erano tutt'uno con il proprio pezzo di terra. Quelle persone erano parte integrante del podere che lavoravano, di proprietà del grande feudatario o del vassallo di turno. Da quella terra i contadini medioevali ricavavano giusto il minimo per il prorpio sostentamento, e potevano essere venduti ed acquistati, insieme alla terra, come fossero macchine agricole, come farebbe un proprietario terriero contemporaneo che, venduto il proprio latifondo, non saprebbe più che farsene di trattori, trebbiatrici e quant'altro. Utilizzo questa similitudine, naturalmente, come provocazione ma anche perchè sono davvero convinto che sia calzante con la condizione odierna degli operai italiani. In Italia, dove sono presenti grandi stabilimenti industriali, intere città ne dipendono in tutto e per tutto. Questi impianti informano in profondità la cultura, la quotidianità, la vita presente e futura degli operai, e spesso vengono venduti, acquistati o dismessi senza badare minimamente a chi vi lavora. Allo stesso modo in cui le fabbriche danno la vita, la tolgono. E in vari modi. Nel nostro mondo la gente per sopravvivere ha bisogno di lavorare e, quando in un luogo la forza lavorativa è concentrata in poche grandi aziende, gli operai dipendono per la vita da esse. Diventano parte integrante dello stabilimento e possono essere dismessi come macchine. E' inutile parlare di capitale umano, di risorse intellettuali e di competenze e professionalità da difendere e far progredire se poi i lavoratori vengono trattati semplicemente come attrezzature di cui disfarsi. Nel nostro paese, purtoppo, un mercato del lavoro esiste solo per alcuni settori e per competenze di livello medio-alto. Per gli operai, invece, c'è solo la sudditanza dai capricci del capitale e dal buon vento che tira nell'economia. Tutto ciò è frutto di una politica del lavoro neglicente, poco attenta alla realtà sociale e succube degli interessi delle grandi aziende e famiglie di industriali. Se un lavoratore italiano cade, cade sempre con il culo per terra.


Il cappio al collo delle grandi città industriali, riferito al ricatto occupazionale, può svilupparsi in diversi modi ma, ad essere a rischio di strangolamento, s
ono sempre le persone che con il proprio lavoro, con la propria vita, hanno fatto grande quell'impianto. Il più visibile e diretto è quello che riguarda il calo della competitività degli impianti: un tempo arrivava lo Stato e con i soldi dei contribuenti salvava capre e cavoli, ma oggi questo, causa le leggi sulla concorrenza imposte dalla Comunità europea, non è più possibile. La Fiat, la più grande azienda italiana, è un esempio di come si possa basare il proprio progetto industriale sul ricatto occupazionale e sugli aiuti di Stato. Per anni, infatti, l'azienda torinese ha usufruito di soldi pubblici che si concretizzavano sotto varie forme: cassa integrazione, incentivi alla rottamazione dei veicoli e agevolazioni fiscali. Ma oggi, visto che il mercato delle auto è fermo, perchè saturo, chiude gli impianti e getta sul lastrico persone che a quell'azienda hanno dato la propria vita.


Un altro tipo di ricatto, ancora più vile e criminale, è quello riferito all'inquinamento prodotto da alcuni siti industriali e all'impossibilità di potersene liberare, dato che quegli impianti danno lavoro a intere città. In pratica ad alcune aziende viene concesso di avvelenare indiscriminatamente aree enormi di territorio, di risparmiare sui filtri, sulle riambientalizzazioni e sulla sicurezza a patto che mantengano costanti i livelli occupazionali. Una logica perversa, questa, di cui tantissime città grandi e piccole sone vittime e da cui è davvero difficile liberarsi
. Purtroppo, lavoratori e cittadini che vivono in città sommerse dai veleni emessi nell'aria, nell'acqua e sul cibo da queste industrie criminali sono costretti, loro malgrado, a barattare la propria salute con uno straccio di lavoro e, cosa ancora più assurda, a ringraziare i propri carnefici. Casi emblematici sono quelli dell'Ilva di Taranto, la più grande acciaieria d'Italia, e la centrale a carbone Enel di Torre Valdaliga nord e sud a Civitavecchia. Questi due poli industriali da cinquant'anni avvelenano le persone che vivono nel circondario e i lavoratori che mandano avanti gli impianti. Finora la cittadinanza non si è ribellata con forza perchè la prospettiva, senza la fabbrica, era quella della disoccupazione, ma ora qualcosa sembra muoversi e le persone hanno capito che la sudditanza verso queste aziende può essere spezzata. L'importante è che non siano lasciate sole a combattere contro giganti del calibro di Enel o dell'Ilva. Tutelare i lori diritti sarebbe compito dello Stato, se il nostro fosse un vero Paese democratico. La nostra costituzione dice che la Repubblica deve garantire eguali opportunità a tutti i cittadini, e che tutti hanno diritto alla salute e a vivere in un ambiente sano per poter concorrere allo sviluppo della nazione. Evidentemente questa, più che una carta costituzionale, in mano ai nostri amministratori diventa solo carta straccia, visto che sempre più persone si ammalano e muoiono per mantenere alti i dividenti di pochi azionisti delle grandi società industriali a cui hanno avuto la sfortuna di dover affidare la propria esistenza.

In conclusione il lavoro oggi in Italia è mero strumento di arricchimento di chi può disporne in grandi quantità, e non di chi lo produce. I lavoratori, in questo nostro fantastico mondo che si sostiene con il capitalismo globalizzato, sono coloro si accollano tutti gli oneri di mandare avanti la lussuosa baracca di pochi infidi maiali, e in cambio ricevono solo veleni, malattie, fame e morte. E' tempo che le cose cambino. E' tempo che qualcuno paghi, e che altri abbiano il giusto compenso, perchè stiamo diventando una Repubblica fondata sulle ingiustizie.