sabato 23 febbraio 2013

"Clausura" (1958). Radiodocumentario di Sergio Zavoli.

Clausura è un documentario audio realizzato da Sergio Zavoli nel 1958. All'epoca fu il primo a gettare uno sguardo, seppur solo sonoro, su di una realtà oscura, spesso fraintesa e ai più quasi del tutto sconosciuta, come quella dei conventi di clausura. In particolare Zavoli riuscì a far entrare i microfoni della Rai in un convento di Carmelitane scalze di Bologna. La regola del carmelo venne rispettata consegnando gli apparecchi per le registrazioni sonore alle suore stesse, che dunque realizzarono da loro tutti gli audio all'interno della clausura.
Il documentario è famosissimo e quando venne realizzato ebbe molto successo anche fuori dai confini italiani. Allora come oggi la rinuncia totale al mondo per avvicinarsi il più possibile a dio, abbracciando l'ascesi e la mortificazione totale di gran parte dei piaceri terreni, è una realtà semi-sconosciuta alla maggioranza delle persone che invece nel mondo vivono e operano tutti i giorni. Una condizione spirituale fatta di silenzio e preghiera che la nostra modernità fà fatica a comprendere. Per come l'uomo moderno è socialmente e, perche no, anche spiritualmente strutturato il ritiro completo dal mondo genera una repulsione che spesso sfocia nell'aperta diffidenza di chi invece ha scelto quel modo di vivere e testimoniare la propria fede, in maniera intima e in comunione solo con altre persone che hanno fatto la stessa scelta. Zavoli nel suo lavoro, attraverso le parole di alcune monache, ha cercato di svelare la personalità e il motivo di una così radicale professione di fede. Di sicuro non vi è riuscito appieno, ma il documentario riesce comunque a scoprire un pezzettino di quell'universo così affascinante e nascosto, che oggi sta vivendo, almeno per quanto riguarda il numero di coloro scelgono di aderirvi, una crisi totale delle vocazioni.

lunedì 3 dicembre 2012

This is My land, il docufilm sulla condizione della popolazione palestinese nella città di Hebron. Di Giulia Amati e Stephen Natanson

Il documentario che vi presento oggi è intitolato "This is My Land", per la regia di Giulia Amati e Stephen Natanson, vincitore del premio Donatello 2011, come miglior documentario. Il film cerca di dipingere un affresco della condizione di vita quotidiana dei palestinesi residenti nella città di Hebron, in Cisgiordania (Giudea in ebraico e West Bank in inglese), che insieme alla Striscia di Gaza fa parte dei Territori palestinesi. La città, che dopo la guerra dei sei giorni nel 1967 è tornata sotto la giurisdizione israeliana, ha una popolazione di circa 200.000 abitanti, quasi tutti palestinesi, più 700 coloni israeliani a cui se ne sommano altri 7.000 residenti nella vicina Kiryat Arba . Hebron è una delle città storicamente e biblicamente più importanti per la religione ebraica.

Il problema, poco conosciuto perchè più che altro si parla della Striscia di Gaza e del conflitto israelo-palestinese in altre zone, riguarda appunto la convivenza tra le due comunità. Il film cerca di evidenziare come per garantire la sicurezza di 700 ebrei, per lo più residenti nel centro storico, la stragrande maggioranza palestinese viene quotidianamente discriminata e vessata dalla massiccia presenza di militari israeliani, presenti sul posto proprio a tutela della piccola comunità ebraica. Strade chiuse, divieto di passaggio in alcune zone per gli abitanti arabi, porte murate o finestre sprangate e ancora case palestinesi occupate da coloni israeliani sono all'ordine del giorno ad Hebron. Una situazione che ricorda tanto gli albori del nazismo, e dunque dell'antisemitismo, in Germania. Per ora il governo di Israele ha sempre tollerato l'arroganza ebraica e, tranne rari casi, non ha mai applicato la legge equamente tra cittadini arabi ed ebrei favorendo, com'è facile capire, i soprusi nei confronti della popolazione di religione islamica. La sensazione che ho provato nel guardare il documentario è stata di impotenza assoluta. Di incomunicabilità fra le parti, in particolare perchè la totalità dei residenti ebrei sono estremisti che inseguono ancora la promessa biblica di "una terra donata da dio", e non conquistata con le armi e l'appoggio dell'occidente. In questa logica, definiamola "biblica", Hebron rappresenta una città simbolo per gli ebrei: addirittura si fa riferimento ad essa nella genesi e sarebbe il luogo in cui sono stati sepolti  Abramo, Sara e Isacco, progenitori del popolo di Israele.

Comprensibilmente, se si è convinti di essere "autorizzati" da dio ( nel filmato un palestinese dice che dio non è "un agente immobiliare", come invece sembra che lo considerino gli ebrei ), qualsiasi argomento o tentativo di intermediazione risulterà vano a prescindere. Io non sono mai stato un "ultrà" irriducibile dell'una o dell'altra parte, ma oggettivamente in una situazione del genere c'è poco da discutere su quale sia la fazione maggiormente danneggiata e privata dei propri diritti, anche se, guardando il quadro completo da una posizionata distaccata, è difficile capire come possano anche i coloni accettare una situazione simile, di estrema tensione e intabilità . Magari nel quadro più ampio del conflitto israelo-palestinese altre motivazioni possono essere addotte per giustificare un tale comportamento da parte del governo di Tel Aviv, ma siamo sicuri che tutto ciò possa essere razionalmente spiegato? Io ho qualche dubbio. Buona incazzatura.

martedì 27 novembre 2012

Stanley Kubrick: a life in picture. Documentario che ripercorre la carriera del grande regista americano

Non penso ci siano molte persone al mondo, appassionati e non di cinema, che possano mettere in discussione la grandezza assoluta di Stanley Kubrick. Il regista newyorkese ha il merito di aver analizzato nei suoi film gran parte delle tematiche fondamentali del cinema, con egual successo. Puntiglioso e perfezionista fino all'esasperazione (chiedere agli attori che hanno lavorato con lui), in una carriera lunga quasi quarant'anni ha realizzato soltanto tredici film. Tredici perle che risplenderanno per sempre nell'Olimpo della settima arte, e che non smetterò mai di riguardare. E' davvero raro trovare un regista, con una carriera così lunga, che non abbia messo almeno una volta il piede in fallo e realizzato un film mediocre. Persino ad Hitchcock, altro maestro assoluto, ma agli antipodi di Stan, qualche buco nell'acqua è capitato.

Questo documentario, Stanley Kubrick: a life in pictures, diretto nel 2001 da Jan Harlan è davvero ben fatto e si avvale della collaborazione di molti attori che hanno lavorato con Kubrick, e personaggi del mondo del cinema che lo conoscevano. Una chicca da non perdere per tutti i "malati" del grande schermo. Buona visione.

Filmografia da Regista

- Paura e desiderio (Fear and Desire) (1953) 
- Il bacio dell'assassino (Killer's Kiss) (1955) 
- Rapina a mano armata (The Killing) (1956) 
- Orizzonti di gloria (Paths of Glory) (1957) 
- Spartacus (1960) 
- Lolita (1962) 
- Il dottor Stranamore, ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba
(Dr. Strangelove or: How I Learned to Stop Worrying and Love the Bomb) (1964) 
- 2001: Odissea nello spazio (2001: A Space Odyssey) (1968) 
- Arancia meccanica (A Clockwork Orange) (1971) 
- Barry Lyndon (1975) 
- Shining (The Shining) (1980) 
- Full Metal Jacket (1987) 
- Eyes Wide Shut (1999)

venerdì 16 novembre 2012

Caponero Capobianco. Di Rossella Anitori e Antonio Laforgia

Si svegliano quando è ancora buio; ammassati nei furgoni percorrono un labirinto di strade sterrate fino ai campi dove lavorano a testa bassa per oltre dieci ore. Sono i braccianti della grande piana del pomodoro italiano. Migliaia di migranti africani condannati dalla mancanza di alternative a nutrire il grande serbatoio di lavoro nero che sostiene i profitti dell’industria agroalimentare. Non conoscono buste paga, contratti né diritti. Vengono reclutati dai loro stessi connazionali, i “capineri”, dietro a cui si nasconde il “padrone bianco”. Due facce della stessa medaglia, quella di un sistema che dal 2011 la legge riconosce come reato, ma che nelle campagne italiane è ancora la regola. (Sinossi tratta dal sito http://www.zalab.org/newsite/)

Questa è la prima opera di Rossella Anitori, mentre per Antonio Laforgia siamo al secondo lavoro, dopo il bel Inshallah, anch'esso sull'immigrazione in Europa. A breve verranno fissate delle date per la proiezione integrale del film-documentario. Alle riprese ha collaborato anche il fotografo Raffaele Petralla. 


Caponero Capobianco (doc, 6’, Italia, 2012)
di Rossella Anitori e Antonio Laforgia
Fotografia – Rossella Anitori, Antonio Laforgia, Raffaele Petralla
Montaggio – Rossella Anitori, Antonio Laforgia, Chiara Russo

L'anteprima del documentario, pubblicata sul sito del produttore Zalab. (Se riscontrate problemi nella visione, lasciate caricare un po' il video in "pausa" e poi passate alla riproduzione)



Caponero Capobianco from Za Lab on Vimeo.

giovedì 15 novembre 2012

Il Tav ripudiato da tutti: la Corte dei conti francese mette in guardia il proprio governo sull'aumento dei costi della tratta Torino Lione. Ma l'Italia va avanti con l'opera.



Dopo anni di lotta solitaria per cercare di far ragionare un'intero Paese sull'antieconomicità, e pericolosità ambientale, dell'opera, finalmente i No Tav trovano una sponda più che attendibile e leggittimata in molti angoli d'Europa. Paesi come la Russia, il Portogallo e la Germania, che avevano in progetto di realizzare un loro Tav, hanno già definitivamente rinunciato all'idea per questioni legate agli esorbitanti costi di realizzazione, con la possibilità di sopperire all'opera implementando e migliorando la linea già esistente.  Evidentemente si sono resi conto che il gioco non valeva la candela. I tedeschi, in particolare, hanno motivato questa decisione con il fatto che "viaggiare a 300 all'ora" comporterebbe costi di "ammodernamento e manutenzione" delle linee e dei treni superiori di gran lunga ai ricavi. Il presidente delle ferrovie tedesche, Rudiger Grube, ha inoltre ricordato come "la minore velocità riduce i ritardi dovuti alle perturbazioni del traffico, e rende più facile il rispetto delle coincidenze". Il governo tedesco, tramite la Deutsche Bank, ha assegnato l'anno scorso alla Siemens una commessa da 6 miliardi di euro per 220 nuovi treni Ice, che dovrebbero entrare in servizio entro il 2020 in sostituzione di quelli di prima e seconda generazione e anche degli attuali convogli Intercity; la loro velocità - è già stato annunciato - sarà di 230 o 250 chilometri l'ora a seconda del tipo. Secondo «Wirtschaftswoche» (periodico tedesco) anche la francese Sncf avrebbe per ora deciso di rinunciare al previsto aumento della velocità massima dei Tgv dagli attuali 300-320 kmh a 350. (Fonte: Il Sole24ore)
Il fatto che russi e portoghesi non abbiano più in animo di costruire le loro tratte, che rappresentano rispettivamente l'inizio e la fine del corridoio 5, dovrebbe essere già di per se un motivo per rivedere e ripensare completamente il concetto, almeno per quanto riguarda l'Italia, di "Corridoio Paneuropeo".
Ma la notizia più importante per i movimenti che si battono contro la realizzazione della tratta Torino-Lione arriva proprio dalla Francia, paese partner dell'Italia nella realizzazione dell'opera. La Corte dei conti francese una settimana fà ha pubblicato un documento per il primo ministro, Jean-Marc Ayrault, in cui mette in guardia il proprio governo sull'aumento sproporzionato dei costi in rapporto ai possibili ricavi che si otterrebbero dalla movimentazione di merci tra Francia e Italia. In previsione del vertice sul Tav, in programma il 3 dicembre a Lione, tra Mario Monti e François Hollande, l'organo di controllo francese raccomanda di "non trascurare soluzioni alternative , cioè miglioramenti della linea esistente", e considerare "in maniera sistematica, tenendo conto della situazione finanziaria del Paese, la rendita dell’opera in rapporto alla sua capacità di far crescere l’economia". Sempre secondo la Corte dei conti transalpina negli  anni i costi per la costruzione del Tav, che nel 2002 erano stimati in 12 miliardi di euro, sono lievitati a tal punto, 26 miliardi, da rendere l'opera del tutto antieconomica. Per di più che l'Europa si farà carico solo di una minuscola parte della spesa totale, e il grosso delle spese ricadrà sui due paesi che ne dovrebbero beneficiare, Francia e Italia. Nel documento si rivede anche l’aumento del budget del programma di studio e dei lavori preliminari: “stimato inizialmente a 320 milioni, poi a 371, è stato portato a 534,5 a partire dal marzo 2002, in seguito a 628,8 milioni nel programma del 2006. Le stime presentate alla conferenza intergovernativa del 2 dicembre 2010 l’hanno portato a 901 milioni”. Questo costo, quasi triplicato è dovuto alla realizzazione delle discenderie (gallerie), ai problemi geologici e, sul versante italiano, alle proteste e alla variazione del tracciato (da Venaus a Chiomonte), ricorda il presidente della corte dei conti Migaud" (fonte: Il Fatto Quotidiano). Secondo un'accordo stipulato tra Francia e Italia il 30 gennaio scorso, si prevede per la prima fase la seguente ripartizione dei costi fra i due paesi: 42 per cento alla Francia, il resto all’Italia, mentre la seconda fase (acquisti dei terreni, reti deviate) pesa tutta sull’Italia.



Riguardo la movimentazione delle merci tra Italia e Francia, il documento ricorda come il progetto sia stato  "concepito in un contesto di forte crescita del traffico attraverso l’arco alpino”, scrive Migaud, per questo ora bisognerebbe rivalutare completamente i flussi. Nel 1991, negli anni in cui venne lanciata l’idea della Torino-Lione, il rapporto Legrand prevedeva che i passaggi di merci sarebbero più che raddoppiati tra il 1987 e il 2010, ma già nel 1993 uno studio riteneva che quel rapporto sovrastimasse i passaggi e la crescita. Poi, dal 1999, i traffici sono diminuiti: da una parte la chiusura temporanea del Monte Bianco, dall’altra l’apertura di nuove vie in Svizzera, la fine dei transiti notturni e la crisi. Tutti i passaggi tra Francia e Italia ne hanno risentito, fatta eccezione di Ventimiglia su cui arrivano i flussi dalla Spagna. Solo nel 2035, ricorda la Corte citando uno studio dei flussi voluto da Ltf (Lyon-Turin ferroviaire, società che gestisce l’opera), è prevista la saturazione della linea storica (Fonte: Il fatto Quotidiamo). 

Tutto ciò palesa come l'intera opera abbia motivo di andare avanti, esclusivamente, alla luce delle enormi commesse stipulate dai governi con le aziende scelte per realizzarla . Per quanto riguarda l'utilità per i cittadini dei due paesi, non v'è traccia alcuna di un miglioramento, sia economico che di agevolazione degli spostamenti privati, che giustifichi un tale sperpero di denaro pubblico. Gli interessi intorno alla costruzione della linea per il Tav sono enormi, e l'auspicio, piuttosto velleitario visto l'andazzo generale dei nostri governi, è che la ragione e il bene comune alla fine abbiano la meglio sugli interessi di pochi imprenditori che già si fregano le mani all'idea che tutto venga confermato così com'è.


Per una infarinatura generale sul tema dei Corridoi Paneuropei Klikkare qui sotto

http://it.wikipedia.org/wiki/Corridoi_paneuropei