venerdì 22 gennaio 2010

In memoria di Jean Léopold Dominique, The agronomist. Forza Haiti


Jean Léopold Dominique (Port-au-Prince 30 luglio 1930 - Port-au-Prince 3 aprile 2000)

Chiunque abbia letto almeno una volta questo blog si sarà di certo chiesto: perchè l'agronomista? La risposta è semplice: in onore di Jean Dominique, giornalista, attivista, grande haitiano e agronomista. Quest'anno ricorre il decimo anniversario della sua scomparsa e, se fosse ancora tra di di noi, il settantesimo compleanno. Purtroppo il suo infame assassinio ce lo ha portato via, ma non ci ha privati della sua storia, del suo esempio e della sua grande passione per il giornalismo. Una vita spesa ad informare la gente di Haiti, soprattutto i contadini e i poveri della capitale, e a promuovere tra di loro i diritti civili, la democrazia e la coscienza nazionale. Erano anni difficili quelli in cui Jean, armato solo della sua grande passione civile e del microfono della sua radio (Radio Haiti Inter), iniziò la sua opera di divulgazione e di messa a nudo delle angherie del governo haitiano. Erano gli anni di Francois Duvalier (Papa Doc) padre e poi del figlio Jean Claude (Baby doc), i due sanguinari despoti che per decenni hanno afflitto la gente della piccola isola caraibica. Purtroppo anche questo è un periodo difficile per Haiti, anche se non c'entrano la stupidità umana e la dittatura, ma un terribile terremoto che ha praticamente distrutto la capitale. Mi è sembrato dunque opportuno e giusto ricordare questo grande uomo, così attaccato al suo Paese, in un momento così difficile. Jean Dominique è stato, ed è, un simbolo per la sua gente. Memorabile fu il suo ritorno a casa dopo sei anni di esilio negli Stati Uniti, quando il popolo, ormai stremato, si ribellò e cacciò Jean Claude Duvalier. Ad aspettarlo all'aeroporto c'erano 60.000 persone in festa, e lui commosso disse: "per raggiungere questo risultato tutti hanno lottato uniti ad Haiti. Non era mai successo. Dovranno spiegarmi come hanno fatto". Sempre ironico, anche nei momenti più importanti o difficili, come quando per ben due volte i militari distrussero le attrezzature della sua radio e lui, sempre con il sorriso sulle labbra, disse che non si sarebbe mai arreso e che Radio Haiti Inter avrebbe continuato a trasmettere e informare la povera gente haitiana.

Nei prossimi mesi questo blog cercherà di celebrare al meglio l'anniversario della sua scomparsa, proponendo ricerche e con la realizzazione di un audio documentario.

Intanto, se volete conoscere da vicino la storia di Jean Dominique, vi consiglio la visione di un film documentario stupendo, realizzato da Jonathan Demme, regista e amico di Jean, intitolato "The Agronomist". Un affresco toccante, ma allo stesso tempo ironico e divertente, com'è nella natura del protagonista, di questo strano, grande personaggio, che con la sua pipa sempre in bocca, i suoi jeans, il suo cappello di pelle e il suo inconfondibile modo di parlare e di coinvolgere le persone ha sognato un futuro migliore per il suo Paese.

Allora, in memoria di Jean Léopold Dominique, giornalista, attivista, umanista ma, fondamentalmente, agronomo. Forza Haiti.
Grazie Jean.





Nuove proposte d'impresa: SURevolution, e la moda aiuta i sud del mondo_Meeting mondiale dei giovani

Nelle foto alcune creazioni di SURevolution, realizzate con materiali naturali e oro estratto da miniere gestite senza sfruttare le popolazioni del luogo






Anche la moda può contribuire alla creazione di un futuro più sostenibile. Può avvicinare un mondo all’altro all’insegna del rispetto e della solidarietà. Ne è convinta Marcella Echevarria, giornalista e stilista colombiana, direttrice di SURevolution, un progetto imprenditoriale di successo che ha messo in connessione la produzione artigianale indigena del sud del mondo con le reti di distribuzione dei mercati occidentali. «La moda è un’industria culturale e deve essere intesa come tale. Può veicolare un contenuto, dei messaggi - sostiene Echevarria, dal palco del meeting mondiale dei giovani, che si è chiuso ieri a Bari -. L’imprenditorialità è una pagina bianca, invece, utile alla risoluzione di alcuni problemi, senza ricorrere alle istituzioni». È proprio mescolando lo spirito imprenditoriale al rispetto delle diversità culturali che SURevolution ha dato la possibilità a molti artigiani e artisti locali di proporre i propri prodotti a rischio di estinzione, e di sopravvivere vincendo la partita della globalizzazione. «Il progetto è partito in Colombia –spiega l’imprenditrice-, ogni prodotto parla della cultura da cui proviene. Prima di diventare un’icona di moda è un veicolo di valori e tradizioni». Bracciali, collane, borse e accessori per la casa, i manufatti di SURevolution hanno delle caratteristiche fondamentali, che Marcella Etchevarria riassume con tre termini: «sociale, artigianale e verde – e aggiunge -, questa esperienza è la prova che anche un impresa orientata alla sostenibilità e al rispetto per i lavoratori può generare ingenti profitti». La diversità, dunque, e l’interazione tra culture , esperienze e idee diverse è la chiave di volta del futuro. «La creatività è favorita dal contatto tra persone provenienti da diverse aree geografiche e culturali », sostiene Irene Tinagli, docente all’università Carlo III di Madrid e attenta osservatrice delle dinamiche dell’innovazione economica, che ha invitato i ragazzi a confrontarsi con la modernità, cercando soluzioni creative ai problemi che presenta. «Le sfide che il mondo globalizzato pone all’attenzione delle nuove generazioni riguardano essenzialmente tre campi: educazione, lavoro e inclusione sociale». Secondo la Tinagli i cambiamenti avvenuti repentinamente in epoca postmoderna «non sono stati accompagnati da un adeguato riassetto del sistema educativo». È proprio questo il nocciolo del problema che, secondo l’economista, è alla base di tutti gli altri: dovrebbe essere infatti la scuola a fornire ai ragazzi gli strumenti per orientarsi e operare nel mondo. «Ci sono Paesi all’avanguardia che offrono sistemi di istruzione di qualità, altri invece fanno fatica ad adattare i propri programmi e metodi alle esigenze del mondo contemporaneo». Una situazione che, secondo la Tinagli, «genera disparità e porta alla dispersione di tanti talenti», così come la paura della differenza e uno scarso sistema di welfare generano precarietà e non incoraggiano certo progetti che si nutrono dell’esperienza di differenti culture.


Luigi Menichilli per Terra


Il sito di SURevolution: clikka qui

giovedì 21 gennaio 2010

Un ponte per Haiti_Meeting mondiale dei giovani



dal meeting di Bari, Rossella Anitori


«Non si può pensare al sisma come al passato. Non è ora di stilare un bilancio, la tragedia è il presente che dobbiamo affrontare». Quando il terremoto ha devastato il suo Paese Eduard era a Chicago. Quando la forza prorompente del sisma ha raso al suolo Port au prince intrappolando sotto le macerie parenti e amici, il giovane haitiano studiava nell’Illinois. La sua famiglia è salva, ma della sua città non è rimasto nulla. Ieri la sua storia è arrivata a Bari, Edurd l’ha raccontata di persona ai partecipanti del meeting mondiale. «L’aiuto non deve essere pensato come un obiettivo a breve termine, ma come un percorso di collaborazione duratura tra Haiti e il resto del mondo». L’invito che il delegato caraibico rivolge alla Comunità internazionale è di non abbandonare l’isola una volta finito di scavare. «Il disastro è sotto gli occhi di tutti - dice -, ma ancora oggi alcune zone sono rimaste escluse dagli aiuti affluiti nell’isola. I dati ufficiali parlano di 70 mila morti, un numero che non corrisponde neanche ad un decimo delle vite sacrificate dal sisma. E in tanti ancora continuano a morire». Eduard parla a un pubblico fatto di coetanei, attivisti, studiosi ed esperti di politica internazionale: «Riuscite a sentire le urla? Il grido di dolore che viene da Haiti?». La piccola isola caraibica ha bisogno di aiuto per ripartire. Ai danni materiali del terremoto si sommano, infatti, quelli psicologici e morali. «Chi è sopravvissuto a questa catastrofe è sotto shock e necessita di nuove energie per ricominciare - continua il ragazzo -. Abbiamo bisogno di sostegno sanitario, alimentare e sicuramente di infrastrutture. Ma non è abbastanza. Per rilanciare lo sviluppo economico del Paese, annichilito dal sisma, servono soprattutto risorse umane». Eduard indica per il suo popolo la strada dello sviluppo sostenibile e lancia un appello ai giovani di tutto il mondo: «Evitare un terremoto non è possibile, ma si può fare in modo che le sue conseguenze non siano a tal punto catastrofiche». Il giovane haitiano si riferisce alla necessità di costruire case piu sicure, «antisismiche». Un monito che vale per Haiti, ma anche per l’Italia ancora scossa dal terremoto che ha colpito l’Abruzzo. Una pianificazione urbana sostenibile va a beneficio, secondo Eduard, non solo della sua Repubblica ma anche del resto del mondo. Il silenzio commosso si risolve in un sorriso: «Bisogna trarre qualcosa di buono anche da tutto questo» conclude. La speranza è che il popolo della piccola isola caraibica possa presto voltare pagina.


Per seguire tutti gli aggiornamenti dal luogo del disastro, da una voce che non è quella ufficiale dei media internazionali che propongono continuamente solo immagini di caos e disperazione, seguite Radio televisione Caraibes, l'unica emittente haitiana ancora funzionante. Fondamentalmente il grande merito di questa radio è quello di mostrare al mondo anche la voglia di ricominciare e le modalità di autogoverno dei quartieri di Port au Prince, in cui si sono formati innumerevoli comitati che si occupano di tutto: dal primo soccorso fino a rimettere in piedi una parvenza di normalità.

Clikkate qui per ascoltare online Radio Caraibes FM 94.5

Alla ricerca di soluzioni_Meeting mondiale dei giovani

dal meeting di Bari, Rossella Anitori


Alla ricerca di soluzioni. Vengono dal Camerun, dall’India, dalla Moldavia, dal Brasile, dalla Cina. Con le loro sciarpe e i foulard, indossano abiti etnici, cappucci di pelliccia e portano con se il germe del cambiamento. Sono giovani attivisti, esperti di politica internazionale, coordinatori di reti nazionali e globali giunti a Bari con un obiettivo comune: unire le forze per dare corso a un futuro migliore. L’anno internazionale dei giovani promosso dall’Onu è partito dall’Italia. In vista del vertice di Città del Messico e del Fifth youth congress di Istanbul, il ministero della Gioventù e la Regione Puglia hanno dato il via al meeting mondiale. «Il futuro non è finito», recita lo slogan della manifestazione. Nei padiglioni all’interno della Fiera del levante, struttura adibita a ospitare l’evento, si discute di sostenibilità, di energia e rifiuti, fame e povertà, di pari opportunità, cittadinanza e democrazia, ma soprattutto di partecipazione. Di come incentivare e garantire il coinvolgimento delle nuove generazioni. Secondo Rocio, che viene dall’Argentina, «spetta ai giovani inserirsi negli spazi decisionali, senza aspettare che siano gli altri a offrire loro le possibilità». Marta, invece, che viene dall’esperienza di un’associazione culturale in provincia di Venezia parla della «fatica» nel coinvolgere i ragazzi, del «disinteresse diffuso» ma anche della «difficoltà nell’individuare percorsi di partecipazione attiva» e assegna quindi un ruolo fondamentale alle istituzioni, «che dovrebbero facilitarla». Yeruti, paraguaiana, lavora per una ong di Washington e lamenta una mancanza di coinvolgimento generale: «I giovani non sono considerati come partner sociali ufficiali – dice -, così che per partecipare ogni volta bisogna combattere. Ma non è giusto, non dovremmo lottare per ottenere il nostro posto, dovrebbero essere la società civile e le generazioni precedenti a offrirci la sedia». Il dibattito prosegue in un crescente afflato, una mano dopo l’altra reclama la parola, il peso delle barriere linguistiche viene meno, ognuno indossa un paio di cuffie e le traduttrici non hanno un attimo di tregua. «Bisogna individuare una strategia di mobilitazione collettiva». Non ha dubbi Rudi, che viene dal Camerun e ha già partecipato al terzo forum mondiale della gioventù nel 1998, «era la prima volta che uscivo dal mio Paese – racconta -, è stata un’esperienza meravigliosa. Tornato a casa ho scritto una relazione su quanto emerso durate il meeting e l’ho consegnata al presidente della Repubblica. Oggi sono consulente per le politiche nazionali giovanili». Il futuro dei giovani è il futuro del Pianeta, ma di certo le nuove generazioni non potranno essere ritenute responsabili di ciò che accadrà se non verrà concessa loro la possibilità di partecipare alla pianificazione del domani. Guglielmo Minervini, assessore alla trasparenza e alla cittadinanza attiva della provincia di Bari, fa una distinzione tra le «politiche per i giovani» e le «politiche con i giovani», sottolineando che solo queste ultime sono in grado di produrre grandi cambiamenti. «Le istituzioni sono condensati che incrostano la concezione del potere - aggiunge -, non più sufficienti, nel mondo in cui viviamo, a risolvere i problemi, c’è bisogno di molta energia, della partecipazione di tutti». Sono in tanti, ognuno con il proprio bagaglio culturale, convinti che integrare le diverse esperienze sia la loro carta vincente. «Solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di cambiare il mondo possono cambiarlo davvero» sosteneva Gandhi, e l’impressione è che qui si stia consumando questo gesto di follia.

Alcuni Link per chi vuole saperne di più:

Clikkate qui per accedere al sito ufficiale dell'incontro



Alcune immagini dal meeting

La mobilità sociale nel nostro Paese, in uno studio di Irene Tinagli_Meeting mondiale dei giovani

Ecco il Link del Pdf

Clikka qui_http://www.gonews.it/pdf/if_rapporto_mobilita.pdf