Ebbene si, sono d'accordo con quello che ha detto Bertolaso riguardo alla situazione degli aiuti ad Haiti. Non l'avrei mai detto ma, nella vita si sà, c'è sempre una prima volta. In questo caso il Boss della protezione civile italiana ha solo fatto notare quello che è un dato di fatto: nella piccola isola caraibica gran parte della popolazione colpita dal sisma non ha ancora ricevuto nessun aiuto. E la crescente tensione che si va generando tra la gente è la diretta conseguenza di questa strana situazione. Ieri, addirittura, i caschi blu dell'Onu sono stati assaliti dalla folla inferocita, che aspettava la distribuzione di alcune derrate alimentari. Dalle immagini diffuse dal sito di Repubblica (clikka qui per vedere il video) è palese il divario tra la quantità di cibo e le persone che lo aspettano. Questa situazione è tanto più assurda se si pensa che gli aiuti finora giunti ad Haiti danno la possibilità di rifornire molte più persone di quelle che effettivamente ne stanno beneficiando. Allora perchè? Disorganizzazione, troppo protagonismo Usa, interessi a che tutto ciò accada? Questo non ci è dato sapere dai media comuni. Bisogna sperare nel web per capire meglio come vanno le cose, oppure ascoltare online, ne ho già parlato, Radio Caraibes, che dà la possibilità di avere un filo diretto con Port-au-Prince.
Di fatto gli Stati Uniti, almeno nel passato recente, non hanno dato prova di grande efficienza riguardo alle catastrofi naturali. Basta andare a vedere quello che è successo a New Orleans dopo il passaggio dell'uragano Katrina. In quel caso gli aiuti, oltre che mal distribuiti, arrivarono anche piuttosto in ritardo, con il risultato, anche li, di esasperare gli animi e di dover, poi, far ricorso massiciamente all'uso della forza pubblica. E li eravamo in America, a casa loro. Figuratevi cosa potrà accadere ad Haiti, Paese da sempre al centro degli interessi strategici degli Stati Uniti, quando le proteste e le rimostranze della popolazione arriveranno al parossismo e, allora si, ci sarà bisogno di una pesante mano militare.
Bisogna riconoscere che l'Italia è diventata, a livello politico inernazionale, davvero inesistente, se al capo della protezione civile, di cui il governo ha sempre decantato la sagacia,viene imposta una così umiliante marcia indietro di fronte al fatto che la Clinton si è sentita offesa. Perchè non si analizzano le parole di Bertolaso? E si cercano le cause per cui gli aiuti vengono distribuiti così lentamente? Ma si sa, il nostro governo è sempre pronto a compiacere il grande alleato atlantico, figuratevi contraddirlo o addirittura ammonirlo. La cosa che a me pare lampante è il fatto che Haiti finirà per molto tempo in mano alle forze internazionali con a capo gli Usa, con tutte le conseguenze che si possono immaginare. Non ricordo, almeno dopo la seconda guerra mondiale, di un Paese occupato militarmente dagli americani, pacificamente o non, che non abbia avuto problemi durante e in seguito alla partenza dei militari. Su di Haiti si abbatterà un altro terremoto, che non farà molti morti subito, ma domani chissà.
Nonostante il periodo non troppo positivo l'Inter mette in campo gli attributi e da una sonora lezione al Milan, forse troppo sicuro del bel calcio giocato nelle ultime partite. In 10 per quasi 70 minuti, e in 9 negli ultimi 5, l'Inter domina in lungo e in largo, e lo scudetto è sempre più neroazzurro.
Nel calcio, si sa, tutto è possibile. Durante i novanta minuti può accadere tutto e il contrario di tutto. Ma questo assioma dal 1978, anno in cui all'Argentina dei colonnelli venne concessa la vetrina dei mondiali di calcio, dal campo da gioco si è trasferito nei palazzi del potere che gestisconono il gioco più bello del mondo. E' possibile, infatti, che a un Paese come il Sudafrica, privo di infrastrutture, attraversato da un'infinità di contraddizioni sociali e con un'economia che privilegia pochi a discapito di molti, generando povertà e criminalità diffusa, sia affidata l'organizzazione del massimo appuntamento calcistico mondiale. Il campionato del mondo di calcio è un'enorme fabbrica di appalti e sponsorizzazioni, che fanno affluire nel paese organizzatore un mare di denaro. Ma in una nazione con i problemi sopra indicati tutto ciò può generarne altri e di non poca importanza. Innanzitutto può essere causa di malcontento sociale: dal 1994, anno in cui Mandela diventò presidente e fu ufficialmente abrogata l'apartheid, molte delle promesse fatte dal nuovo governo e dal nuovo partito dominante (l'African National Congress, Anc), sono state tradite, e lo sfarzo della vetrina calcistica mondiale potrebbe andare a cozzare con la povertà diffusa presente nel Paese. A molti neri, che abitano tuttora gli slum sorti ai margini delle grandi città, erano state promesse case e infrastrutture decenti, prima dal governo Mandela e poi dal suo successore, Mbeki. Per costruire stadi nuovi, strade e per adeguare i mezzi di comunicazione per la massa di persone che in quel mese si sposteranno, soprattutto nelle città più grandi, il governo ha speso miliardi di rand (la moneta nazionale). Tutti questi soldi sono stati, finora, negati alla popolazione, che non ha visto il becco di un soldo per far fronte alle esigenze primarie di sviluppo, ma nche di mera sopravvivenza. Tutto ciò potrebbe diventare inaccettabile e inasprire ulteriormente gli animi già tesi delle persone costrette a vivere in povertà, e che solo da qualche vecchio telivisore scassato potranno assistere alle partite. Inoltre una volta conclusa la manifestazione molti impianti rimarranno inutilizzati o, quantomeno, sottoutilizzati, dato che nel Paese non ci sono campionati, nè di calcio, nè di rugby, che è lo sport nazionale, capaci di portare sessantamila persone allo stadio. Dunque le sfarzose strutture diverranno squallide cattedrali nel deserto della povertà sudafricana, a monito della cattiva gestione del denaro pubblico e del menefreghismo dei governanti per le sorti del proprio popolo.
I sudafricani, in particolare i neri, avevano riposto grandi speranze nella fine dell'appartheid. Il loro Paese era la democrazia più promettente dell'intero continente africano: stabile, con un enorme potenziale economico e una classe dirigente mista (bianchi e neri), che finalmente realizzavano i sogni d'integrazione del padre della patria, Nelson Mandela. Purtroppo, però, il sogno è finito presto, e la gente ha dovuto fare i conti con una realtà ben più difficile di quel che si pensava. Criminalità nelle grandi città alle stelle, generata dalla sperequazione economica, povertà diffusa, Aids a livelli allarmanti e una elite nera che ha preso tutti i vizi di quella bianca, con in più la grande colpa di aver tradito la propria gente. Uno degli obiettivi principali della nuova classe politica era quello di creare una media borghesia nera, che avrebbe riequilibrato il divario economico presente nel Paese, così da allargare la partecipazione alla vita politica è sociale. Per realizzare questo, però, si sarebbero dovuti portare a scuola molti dei ragazzi che invece non hanno mai ricevuto un istruzione, condannati a vita alla povertà. L'elite, bianca e nera, vive, come anche in Brasile, prossimo organizzatore dei mondiali di calcio e olimpiadi, dietro mura elettrificate, protetta da guardie armate fino ai denti e con l'eterna paura di subire le ritorsioni di quanti non hanno nulla da mangiare. E' l'esilio dorato di una classe che vive in un altro Paese, non quello abitato dalla gente comune, ma quello fatto di splendidi campi da golf, ville sfarzose e macchine lussuose che diventano, in pratica, i moduli di spostamento dimensionale dalla ricca realtà dei club privati a quella delle splendide abitazioni, non scorgendo, dietro ai vetri oscurati, la triste realtà.
Ma il mondiale sudafricano presenta anche altri problemi, più strettamente organizzativi. In primis la stagione in cui verranno giocati che, se da noi sarà quella estiva, in Sudafrica coinciderà con l'inverno, dando vita al primo campionato del mondo giocato al freddo e con il brutto tempo. Cosa di non poco conto se si pensa che gran parte dei calciatori delle squadre più importanti avranno alle spalle già mesi di partite a temperature estive. Un altro problema è quello dell'affluenza agli stadi: la squadra di calcio nazionale, i bafana bafana (ragazzi terribili), non sono un granchè, e si rischia che non superino nemmeno il primo turno. Questo comporterà il deserto negli stadi, anche perchè la povera gente degli slum non può permettersi di acquistare i biglietti. Si rischia di vedere partite di cartello con stadi strapieni e partite di minore interesse dove gli spettatori saranno giusto lo staff tecnico delle due squadre. Tutto ciò non andrà giù ai capi della Fifa che, per questioni di estetica televisiva, non possono permettersi stadi vuoti. Addirittura si pensa di far entrare gratis la gente del posto o di pagarli per andare a vedere le partite. Staremo a vedere. Quello che già da ora si sà, è che questa srà l'ennesima manifestazione sportiva dove lo spirito dello sport risiederà, forse, solo nei rettangoli di gioco, non di certo all'esterno.
Jean Léopold Dominique (Port-au-Prince 30 luglio 1930 - Port-au-Prince 3 aprile 2000) Chiunque abbia letto almeno una volta questo blog si sarà di certo chiesto: perchè l'agronomista? La risposta è semplice: in onore di Jean Dominique, giornalista, attivista, grande haitiano e agronomista. Quest'anno ricorre il decimo anniversario della sua scomparsa e, se fosse ancora tra di di noi, il settantesimo compleanno. Purtroppo il suo infame assassinio ce lo ha portato via, ma non ci ha privati della sua storia, del suo esempio e della sua grande passione per il giornalismo. Una vita spesa ad informare la gente di Haiti, soprattutto i contadini e i poveri della capitale, e a promuovere tra di loro i diritti civili, la democrazia e la coscienza nazionale. Erano anni difficili quelli in cui Jean, armato solo della sua grande passione civile e del microfono della sua radio (Radio Haiti Inter), iniziò la sua opera di divulgazione e di messa a nudo delle angherie del governo haitiano. Erano gli anni di Francois Duvalier (Papa Doc) padre e poi del figlio Jean Claude (Baby doc), i due sanguinari despoti che per decenni hanno afflitto la gente della piccola isola caraibica. Purtroppo anche questo è un periodo difficile per Haiti, anche se non c'entrano la stupidità umana e la dittatura, ma un terribile terremoto che ha praticamente distrutto la capitale. Mi è sembrato dunque opportuno e giusto ricordare questo grande uomo, così attaccato al suo Paese, in un momento così difficile. Jean Dominique è stato, ed è, un simbolo per la sua gente. Memorabile fu il suo ritorno a casa dopo sei anni di esilio negli Stati Uniti, quando il popolo, ormai stremato, si ribellò e cacciò Jean Claude Duvalier. Ad aspettarlo all'aeroporto c'erano 60.000 persone in festa, e lui commosso disse: "per raggiungere questo risultato tutti hanno lottato uniti ad Haiti. Non era mai successo. Dovranno spiegarmi come hanno fatto". Sempre ironico, anche nei momenti più importanti o difficili, come quando per ben due volte i militari distrussero le attrezzature della sua radio e lui, sempre con il sorriso sulle labbra, disse che non si sarebbe mai arreso e che Radio Haiti Inter avrebbe continuato a trasmettere e informare la povera gente haitiana.
Nei prossimi mesi questo blog cercherà di celebrare al meglio l'anniversario della sua scomparsa, proponendo ricerche e con la realizzazione di un audio documentario.
Intanto, se volete conoscere da vicino la storia di Jean Dominique, vi consiglio la visione di un film documentario stupendo, realizzato da Jonathan Demme, regista e amico di Jean, intitolato "The Agronomist". Un affresco toccante, ma allo stesso tempo ironico e divertente, com'è nella natura del protagonista, di questo strano, grande personaggio, che con la sua pipa sempre in bocca, i suoi jeans, il suo cappello di pelle e il suo inconfondibile modo di parlare e di coinvolgere le persone ha sognato un futuro migliore per il suo Paese.
Allora, in memoria di Jean Léopold Dominique, giornalista, attivista, umanista ma, fondamentalmente, agronomo. Forza Haiti. Grazie Jean.
"L'elettore somiglia a un contadino che fa la scaletta a un rubagalline perchè si prenda i polli del suo pollaio".
"Se i popoli si servissero delle armi contro quelli che li hanno armati la guerra sarebbe morta..."
Octave Garnier; copains della Banda Bonnot
L'Anno Primo della Libertà non è mai durato più di un giorno, perché l'indomani stesso gli uomini tornano a cacciarsi sotto il giogo della Legge e della nuova Autorità.
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La più fatale delle combinazioni che può essere creata, sarebbe unire socialismo e assolutismo; unire le aspirazioni del popolo al benessere materiale, con la dittatura o la concentrazione di tutto il potere politico e sociale nelle mani dello stato
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