martedì 13 dicembre 2011

Tintilia Doc del Molise di fonte zaino, della cantina Il Vignale: la misteriosa e affascinante storia dell'unico vitigno autoctono molisano


Cari amici, oggi, in maniera un po' inusuale per questo blog, voglio farvi conoscere un prodotto davvero speciale. Si tratta di un vino, il Tintilia, intimamente legato al mio Molise; per molti anni dimenticato, ha rischiato addirittura di scomparire perchè il vitigno da cui si ricava è stato pressocchè abbandonato o impiantato in zone non adatte. Il motivo di tutto ciò, come ormai troppo spesso accade per svariate colture, riguarda la sua scarsa produttività e difficoltà di adattamento a condizioni meteo e territoriali non appropriate. Per anni gli agricoltori molisani hanno preferito mettere da parte il Tintilia, di elevata qualità ma di scarsa resa, preferendo altre colture più comuni ma con un'alta produttività. Il mercato richiedeva questo. Oggi però che un po' dappertutto si stanno riscoprendo colture antiche e di qualità straordinaria, avere un vitigno autoctono a portata di mano è sembrata essere una buona chance di impresa per alcune aziende molisane del settore vitivinicolo, dando anche la possibilità ad altre imprese di nascere proprio in seno alla produzione del Tintilia. Si è così potuto mettere insieme il fattore culturale legato alla terra e agli antichi sapori, di cui il Tintilia in Molise è un sommo rappresentante, all'opportunità di un tipo di bussiness meno spinto sulla ricerca della quantità e più attento invece alle esigenze di qualità che un certo tipo di mercato oggi richiede.

Il Tintilia che vi voglio segnalare è quello della cantina Il Vignale, che produce un ottimo prodotto a prezzi accessibili.

Per qualsiasi richiesta contattatemi qui: lmenichilli@gmail.com , sarò lieto di fornirvi ulteriori spiegazioni sul prodotto, sul prezzo e sul come acquistarlo. Vi garantisco che il vino è ottimo e ad un prezzo, solo per questo natale, straordinario.


Questa è la scheda del vino:
Scheda tecnica la Tintilia di fonte zaino, Il Vigale sas




Ma ora un po' di storia del Tintilia. Ci sono varie ipotesi, tutte affascinanti ma ancora una certezza sulla provenienza del vitigno non c'è. L'unica cosa sicura è che il Molise è davvero felice che questo illustre rappresentante dell'enogastronomia regionale sia tornato a far parlare di se e a allietare i palati di tutti coloro vogliono scoprire un prodotto nuovo ma autenticamente tradizionale.


Il testo qui sotto riportato è tratto dal sito www.tintilia.net

La storia del Tintilia è ricca di ipotesi ma carente di certezze. Fino a qualche anno fa il vitigno Tintilia è stato sempre considerato come un parente molto stretto del vitigno sardo “Bovale”, tanto che i due vitigni erano egualiati sull’Albo Nazionale dei vini. Per fortuna del Molise, consentitemi di dirlo, delle analisi genetiche condotte sulla Tintilia hanno escluso qualsiasi forma di parentela con il vitigno Bovale confermando di fatto il forte legame del vitigno alla propria terra: unico vitigno autoctono del Molise e uno dei pochi vitigni autoctoni Italiani.

Tornando al problema della provenienza del Tintilia, ad oggi l’ipotesi più accreditata è quella che attribuisce origini spagnole al vitigno, arrivato in Italia intorno al ’700 grazie alla dinastia dei Borboni. A sostegno di questa tesi, si è soliti accostare alcune deduzioni basate sull’etimologia della parola “tintilia”. In spagnolo l’aggettivo “tinto” significa “rosso” pertanto il nome “tintilia” testimonierebbe la particolare forza cromatica degli acini del vino che che determinano il caratteristico coloro rosso intenso del vino.

Tuttavia l’uso del condizionale è doveroso: le origini spagnole del tintilia sembrano infatti fondate ma non bisogna dimenticare che la crisi dell’impero romano determinò una crisi profonda della produzione del vino e il crollo di tutte le classificazioni fatte fino ad allora. Bisogna aspettare la fine del Medioevo per assistere ad un’opera di recupero e riclassificazione dei vini, a cura soprattutto dei monaci Benedettini e Cistercensi. Dalle poche informazioni rimaste vennero individuate due categorie principali: uve greche ed uve latine. Tutti gli altri vitigni privi di tracce o testimonianze storiche invece, furono identificati utilizzando dei nomi derivanti dalla provenienza geografica oppure dettati da caratteristiche tipiche del vino come ad esempio il colore della bacca.

Le prime tracce esplicite del Tintilia in Molise risalgono al 1800, in particolare, un censimento degli ultimi anni dell’800 testimonia come il tintilia fosse il vitigno più coltivato nella regione, in particolare nella zona centrale del Molise (provicnia di Campobasso).
Nel 1900 il Tintilia (in particolare il “Sannio Rosso”, vino di Tintilia in purezza), riceve la medaglia d’oro alla mostra vinicola di Parigi.
L’inizio del ’900 la filossera mise in grave pericolo la sopravvivenza del vitigno, ma il vero rischio di estinzione si ebbe intorno agli anni ’60. Si cercò infatti di spostare la coltivazione del vino Tintilia verso le aree costiere da poco bonificate con lo scopo di aumentare la resa di un vitigno che per sua natura invece ha una bassa resa. Il Tintilia però era totalmente incopatibile con il nuovo territorio rischiando addirittura di estinguersi.

Per fortuna negli ultimi venti anni c’è stato un forte impegno da parte delle istituzioni e degli addetti ai lavori locali che non solo hanno salvato il vitigno ma lo hanno rilancianto prepotentemente nel palcoscenico Nazionale dei vini, rendendolo un vino degno di nota.

Come abbiamo precedentemente affermato le origini sono incerte e sono in tanti a sostenere natali diversi per il vitigno molisano. Molto interessante è l’ipotesi del sig. Livio Palazzo, viticoltore e produttore di Tintilia in Baranello, che, mosso innanzitutto dalla passione, ha spulciato gli archivi storici Molisani trovando degli elementi che lo hanno portato pensare un’origine diversa del Tintilia.

In primavera, quando la tramontana si affievoliva e cominciava a spirare il vento di Levante, portando calore e profumi, il mare Adriatico da grigio si faceva azzurro ed ondulato, arrivavano i mercanti greci sulle coste pugliesi. I mercanti dalle navi con vele quadrate e le stive gonfie barattavano i raffinati prodotti dell’oriente con grano, lana, formaggi. I pastori sanniti che avevano svernato in Puglia con le loro greggi, dopo i baratti prendevano i tratturi per tornare ai pascoli estivi ed alle loro dimore sui monti dell’Appennino centrale.

La civiltà greca già permeava i Sanniti quando Roma era solo un villaggio di pirati fenici. I greci portarono la vite , domesticata in Persia e lungo le rive del mar Nero, la coltivazione della vite si diffuse così intensamente tanto che loro stessi chiamarono quella parte d’Italia meridionale Enotria. La vite – in greco Jursos- tradotto come “bastone delle baccanti” (Antonio Colò-Attilio Scienza), porta miti e riti: la fermentazione ha qualcosa di speciale, sacralità rafforzata in seguito anche dal cristianesimo. La riproduzione della vite per seme favorisce l’inserimento di geni selvatici nelle piante coltivate, ciò ha dato origine a cultivar autoctoni adattati al territorio.

Si attribuisce origine greca alla Falanghina, al Greco di Tufo, al Primitivo di Manduria e sicuramente ciò è vero anche per la Tintilia. Quest’ultima diffusa nell’antico “Contando de Molisio” ristretto areale molisano e dell’alto Sannio ad un’altitudine superiore di 450-500 mentri s.l.m. Lo studio della seguenza del dna (Cocchini et al.) ha permesso di demolire le tesi degli accademici che la volevano di origine spagnola e sinonimo del sardo Bovale Grande.

L’uva di Tintilia produce un vino robusto come gli antichi pastori ma morbido, caldo e avvolgente come le carezze di una donna. Non per niente il termine Tintilia è assonante con “Tentella”, ragazza viviace, civettuola, ammaliante.

Nessun commento:

Posta un commento